Oscar Ghiglia

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oscar-ghiglia-dipintoOscar Ghiglia nacque a Livorno il 23 agosto del 1876. Giovane autodidatta, iniziò da subito ad avvicinarsi al mondo della pittura conoscendo personalità di spicco dell’ambiente livornese, quali A. Manaresi e G. Micheli, nello studio del quale conobbe A. Modigliani, A. De Witt e L. Lloyd.

Nel 1900 si trasferì a Firenze, dove iniziò a frequentare la Scuola Libera del nudo, entrando così in contatto con artisti conterranei, come G.C. Vinzio, A. Soffici e G. Melis con i quali, pochi anni dopo, decise di partire alla volta di Parigi per l’Esposizione Universale da cui poter attingere idee e nuovi modi di concepire l’arte.

La città di Firenze, in questi anni di fermento culturale che contraddistinse il primo decennio del ‘900, era divenuta nuovamente il punto nevralgico del dibattito culturale e artistico allineandosi in breve tempo alle altre città d’Europa. E fu in questi anni che il pittore livornese sviluppò un proprio linguaggio figurativo che prendeva spunto dalla scuola macchiaolica del Fattori arricchito con echi simbolisti e che trovò massima espressione nel suo Autoritratto (1901) esposto alla Biennale di Venezia del 1901, considerato uno dei primi quadri di questo fecondo pittore.

Negli anni successivi le sue opere divennero notevolmente complesse e impegnative come si poté notare nel 1905 con opere quali Madre e della Signora De Prureaux, e l’Ava che furono esposte alla IV Biennale di Venezia  nella quale ebbe la possibilità di conoscere direttamente l’opera di F. Valloton il cui stile segnò profondamente l’artista. Grazie a ciò il Ghiglia poté apprezzare nuovamente la bellezza del colore, i contorni vivi ed essenziali che racchiudono forme semplificate, saldamente rinchiuse in esse. E ciò si manifesta in opere quali Isa che sbuccia i fagioli, Camicia bianca, entrambi del 1909, e La signora Ojetti al piano del 1910.

Ma il momento più rilevante della vita del Ghiglia si può collocare nel periodo che va dal primo decennio del novecento all’inizio del primo grande conflitto. Grazie all’intercessione dell’amico Mario Galli, il Ghiglia entra in contatto con lo Sforni, pittore e collezionista che offre all’artista un contratto da procacciatore di opere d’arte. Furono questi gli anni in cui il Ghiglia entrò in contatto con le maggiori influenze artistiche europee, mostrando interesse per artisti come Cèzanne e altri impressionisti francesi, grazie alle quali riuscì ad affacciarsi a uno stile più libero, dove la realtà non era rappresentata più dettagliatamente ma sinteticamente mediante spettacolari tecniche pittoriche.

Ciò permise al Ghiglia di concepire un nuovo stile pittorico che fuse in se la tradizione primitiva, rinascimentale, e la pittura della “macchia” e l’arte francese creando a opere quali Anfore e zucca, databile al 1912-13, La sedia rossa e Calle e aranci (entrambi del 1913: Stefani, tavv. XLIX, L), oppure l’Autoritratto con Sforni del 1913-14 circa.

In questi anni l’artista si dedicò alla realizzazione di una monografia su Fattori, corregge dalla casa editrice Self dell’amico Sforni, in cui il Ghiglia asserisce: “La pittura è fondata unicamente sulla legge di saper trovare il tono giusto di un colore e costringerlo nel suo giusto spazio e che l’emozione che fa sorgere l’idea nella mente del pittore è data soltanto dalle dimensioni dei colori” (L’opera di Giovanni Fattori, Firenze 1913, p. 10). ”

Nel 1914 passò molti anni a Castiglioncello, dove poté dedicarsi alla tematica della natura morta inteso come elemento formalistico e non sentimentale, alternando a una stesura densa di materia superfici quasi smaltate.

Gli anni successivi il pittore raggiunse notevole successo e negli anni del primo dopoguerra le sue opere furono ampiamente apprezzante e protagoniste d’innumerevoli esposizioni, una di queste nel 1935 a Roma dove vi furono esposte una considerevole quantità di opere. Pochi anni dopo si ritirò a vita privata a Firenze dove, dopo una lunga malattia vi morì.

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